Main Index >> Media Index >> Hail to the Thief Media | Italian Media | 2003 Interviews
Electric sixth
Ogni uscita discografica dei Radiohead assume le proporzioni di un vero e proprio avvenimento. D’altronde, il guintetto di Oxford è sicuramente uno dei gruppi più stimati sulla faccia della terra. Riconoscenza, questa, costruita mattone dopo mattone o meglio disco dopo disco, prendendo risebi (calcolati?) e spiazzando continuamente critica e fan. Tutto questo mantenendo ovviamente una schiettezza e una semplicità a dir poco disarmanti.
Testo: Daniel C. Marcoccia


Questo disco sembra un po’ un insieme di elementi presi da tutti i precedenti album dei Radiohead. C’è l’elettronica degli ultimi lavori, anche se in misura minore, ma soprattutto “Hail to thè thief” segna un ritorno a sonorità rock e comunque elettriche.
Phil Selway (batteria): Dopo una pausa di circa sèi mesi ci'siamo rimessi a lavorare, principalmente sulle nuove idee di canzoni, che Thom ci aveva portato. La pausa è stata fiecessaria: alcuni di noi hanno avuto dei figli, altri hanno portato avanti nuovi progetti. Alcuni di questi nuovi pezzi li abbiamo anche suonati dai vivo in Spagna e Portogallo per capire la reazione del pubblico. I nostri fan hanno quindi partecipato in un certo modo alla realizzazione di questo album. Più che un disco rock, direi che “Hail to thè thief” presenta un suono più live. La cosa divertente è che molte delle persone che lo hanno ascoltato, lo hanno trovato oscuro. Altri invece lo hanno trovato eclettico. Sono d’accordo con te quando dici che sembra un po’ una compilation di tutti i nostri precedenti dischi. E c’è infine una maggiore varietà nel modo di cantare di Thom, probabilmente perché era più rilassato. Ha registrato la maggior parte dei pezzi in presa diretta e senza stare troppo a pensarci sopra.

Avete forse ritrovato il gusto della spontaneità?
P.S.: Diciamo che abbiamo riportato in studio l’energia di quei concerti che abbiamo fatto. Infatti, “2+2=5”, che trovi in apertura del disco, è la prima canzone che abbiamo registrato, appena arrivati a Los Angeles. Tutti noi avevamo voglia di tornare ad avere un approccio più fresco nei confronti delle canzoni. Dopo “Kid A” e “Amnesiac” eravamo stanchi ma allo stesso tempo anche carichi. Abbiamo riflettuto e pensato molto a come affrontare le nuove canzoni in modo più semplice. Volevamo infine capire quali fossero le ragioni che ci spingevano a suonare ancora insieme. Ci siamo rimessi parecchio in discussione, non è stato facile ma il risultato è questo disco, il primo che abbiamo terminato di registrare senza arrivare al punto di odiarci a vicenda;., dal punto di vista lavorativo (ride). Alla fine avevamo invece ancora più voglia di suonare insieme. Siamo in un certo senso tornati al modo di lavorare che avevamo all’epoca di “The bends” e in parte anche di “Ok computer”. Si potrebbe parlare di un ritorno al passato ma con meno stress e sicuramente più maturità.

Era forse necessario passare attraverso due dischi “particolari” e difficili come “Kid A” e “Amnesiac” per ritrovare questa semplicità?
P.S.: Con “Amnesiac” avevamo imparato a riscrivere totalmente la nostra musica. Volevamo sperimentare e mantenere ancora eccitante il processo creativo, il fare musica insieme. Quelle canzoni erano poi in continua evoluzione ed è anche per questo motivo che abbiamo pubblicato “I might be wrong”, il disco dal vivo, dove quei brani assumevano delle caratteristiche diverse. Oggi siamo sicuramente dei migliori musicisti e abbiamo anche un certo gusto per l’arrangiamento delle canzoni. Come ti dicevo, le nostre relazioni, dal punto di vista lavorativo, sono migliori.

Non possiamo neppure dire che vi sia passata la voglia di sperimentare, né quella di usare l’elettronica?
P.S.: L’elettronica non è stata infatti del tutto accantonata ma è stata utilizzata in modo diverso. Abbiamo invece un po’ messo da parte tutto l’armamentario di campionatori, sintetizzatori e computer accumulato attorno a noi negli ultimi tempi. Ci siamo resi conto che dal vivo era molto più facile suonare un pezzo, compresi i suoni elettronici, piuttosto che usare delle basi preregistrate. Ad esempio Jonny, su alcuni brani, collega la sua chitarra a un computer e ottiene dei suoni incredibili. Riesce a combinare la spontaneità dei suoni dal vivo con le varie possibilità che ti offre l’elettronica.

Il fatto di registrare a Los Angeles ha avuto forse una sua influenza sul disco?
P.S.: È stata infatti una vera novità per noi, per la prima volta abbiamo registrato un disco sotto il sole. Ma le canzoni erano praticamente pronte prima di entrare in studio. Eravamo però molto rilassati e quindi abbiamo lavorato molto bene. Siamo poi tornati nei pressi di Oxford per finire il mixaggio del disco. Non siamo neppure rimasti troppo in studio. Per noi che avevamo impiegato due anni per fare “Kid A” e “Amnesiac” è stato quasi liberatorio condensare tutto in sette settimane.

UNA BUONA COMBINAZIONE
Ormai il sodalizio Radiohead/Nigel Godrich sembra indissolubile...
P.S.: In studio è praticamente uno di noi, un po’ il sesto elemento dei Radiohead. Ci intendiamo molto bene e sarebbe sicuramente molto difficile per qualcun altro entrare in studio con noi e riuscire a capirci. Abbiamo fiducia in Nigel e lui sa esattamente cosa ci aspettiamo. Riesce a catturare tutti i suoni che abbiamo in mente e soprattutto non cerca di imporre la sua produzione. La nostra è sicuramente una buona combinazione.

Nei due mesi precedenti alla sua uscita, “Hail to thè thief” era già scaricabile da Internet. Come avete reagito alla cosa?
P.S.: Quando abbiamo ascoltato i nostri brani che circolavano su Internet, abbiamo subito capito quando e dove erano stati rubati. Si trattava infatti di versioni che avevamo eliminato oppure di alcuni remix non definitivi. Eravamo arrabbiati soprattutto perché erano brani incompiuti. La cosa divertente, e se vogliamo positiva, è che i nostri fan hanno amato quei pezzi e si sono pure messi a fare delle tracklist in vari forum su Internet. Ognuno faceva quindi la sua personale selezione, anche se poi la scelta finale spettava solo a noi.

Con il titolo “Hail to thè thief” (“gloria al ladro”, gioco di parole con “Hail to thè chief” - NdA) manifestate una vostra chiara presa di posizione contro l’attuale presidente degli Stati Uniti?
P.S.: Avevamo una lista di titoli che potevano andare bene per questo disco e “Hail to thè thief” era uno di questi. Per di più si adattava particolarmente bene a questo album molto diretto anche dal punto di vista delle liriche. Casualmente la scelta di questo titolo è avvenuta proprio mentre stavano accadendo delle brutte cose nel mondo e la gente ha subito pensato a una nostra presa di posizione contro Bush e gli Stati Uniti. Ma scegliere appositamente un titolo “anti-Bush” darebbe a queste canzoni una dimensione unica mentre, come ben sa chi ci conosce, a noi non interessa fare un disco che tratti di un singolo argomento. Non è assolutamente nel nostro stile.

Visto che hai fatto un’allusione alla guerra, come avete vissuto questo totale coinvolgimento di Tony Blair nelle decisioni belliche di George W. Bush?
P.S.: Eravamo sicuramente confusi visto che stavamo vivendo una cosa che veniva fatta in nostro nome, in quanto cittadini inglesi, ma che non potevamo affatto controllare. Ovviamente è stato sbagliato entrare in una guerra che non aveva il supporto dell’ONU e senza avere la minima prova del possesso di armi nucleari da parte di Saddam.