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KARMA, POLICE & THIEVES
IL SESTO ALBUM IN STUDIO DEI RADIOHEAD SI CHIAMA, COME GIÀ SAPRETE DA TEMPO, HAIL TO THE THIEF. IL FATTO È CHE IL GRUPPO DI OXFORD HA RESO NOTO IL TITOLO PROPRIO NELLE SETTIMANE IN CUI LA GUERRA IN IRAQ, SE COSÌ SI PUÒ DIRE. VOLGEVA AL TERMINE, ESSENDO PERCIÒ ARGOMENTO NELLA TESTA DI TUTTI. Il "LADRO” IN QUESTIONE NON POTEVA PERCIÒ CHE INCARNARE LE FATTEZZE DI GEORGE W. BUSH, DEFINITO TALE SOPRATTUTTO PER VIA DELLE ULTIME ROCAMBOLESCHE ELEZIONI AMERICANE. Da QUI UNO SCIAME DI REAZIONI DA PARTE DI FAN E SEMPLICI ASCOLTATORI: CHI PRO-YORKE E SOCI; CHI CONTRO, SOSTENENDO AL SOLITO CHE CHI SUONA DOVREBBE PENSARE A SUONARE E BASTA. D'ALTRA PARTE. NON CHE I RADIOHEAD SIANO NUOVI ALL'INTERVENTO DIRETTO SULLA CRONACA - SI PENSI SOLO A UN PEZZO COME YOU AND WHOSE ARMY? SU AMNE-SIAC - MA QUESTA VOLTA IL CONTESTO STORICO HA FATTO IL RESTO. Ne ABBIAMO PARLATO A MILANO COL BATTERISTA PHIL SELWAY.
di Rossano lo Mele


COME AVETE REAGITO ALLE REAZIONI DEI VOSTRI ASCOLTATORI?
“È bello osservare che quando fai cose pubbliche ci sia quel livello di interesse. Noi siamo stati lontani dall’occhio pubblico per un po’: i Radiohead sono anzitutto la relazione tra le cinque persone che compongono il gruppo. Ci fa piacere che il solo fatto di aver comunicato il titolo del disco, settimane prima della sua uscita, abbia suscitato queste reazioni. Certo, tutto è dipeso dal contesto: per la gente tutto è limitato alla guerra, per noi invece è qualcosa in più che un affermazione su Bush; è piuttosto una riflessione sul mood generale che ci attraversava al tempo in cui registravamo e completavamo il disco. Ossia: il sentimento che qualcosa di tremendo potrebbe accadere da un momento all’altro, a livello economico, ambientale, su larga scala. Nel nostro modo di vedere le cose tutto sta andando verso il peggio, è un feeling generale. Si pensi solo alle multinazionali, per esempio, con lo scandalo Enron; anche se il disco si riferisce a una serie molto ampia di argomenti. Ripeto: abbiamo cominciato il disco più di un anno fa e il titolo è stata una delle prime cose decise; annunciandolo di questi tempi ha fatto sì che fosse inevitabile la sua contestualizzazione con la guerra in Iraq, perché è l’argomento nella testa di tutti, ma per noi ha un significato più ampio”.

QUALCUNO DICE CHE VI ALIENERÀ IL MERCATO AMERICANO...
“Non abbiamo fatto alcun calcolo né abbiamo idee su cosa accadrà: abbiamo scelto il titolo per ragioni di assoluta onestà. Negli ultimi due anni sono successe cose tremende, penso ovviamente all’ 11 settembre. Sarebbe stato ingenuo non rispondere a tutto ciò e far fìnta di niente. Questo ha a che fare con tutto il nostro processo creativo, non certo con dei calcoli di mercato”.

QUINDI CI RISIAMO, LA POLITICA È TUTT’ALTRO CHE MARGINALE A HAIL TO THE THIEF...
“Detto così sembra che volessimo fare di proposito un disco politico,'del tipo ‘forza fratelli, questa è una chiamata alle armi’. In realtà l’album è stato governato da un senso di gioia, mentre ci lavoravamo su. Alcuni testi di Thom hanno l’impatto tipico della sua maniera di scrivere: emergono col tempo. Se fai un disco politico e ti metti a tavolino volendo far protesta per cambiare il corso degli eventi, bè, temo ci sia poco da fare: non penso che nessuno possa sovrastimare il livello di ciò che noi facciamo. Questo disco è un riflesso di come Thom, di come noi ci siamo sentiti in un determinato periodo di tempo. In questo modo l’interpretazione funziona, se lo leggi diversamente l’analisi porta verso la politica, ma non possono certo essere i Radiohead a cambiare il mondo”.

E COSA DITE DELLE PRESE DI POSIZIONE ESPLICITE DI MOLTI VOSTRI COLLEGHI: DAI BEASTIE BOYS A ZACH DE LA ROCHA, DAI BLUR A DJ SHADOW?
“Siamo d’accordo, perché per chiunque lavori in ambito comunicativo, sia esso scrivere o suonare, è fondamentale raccontare la preoccupazione per la limitazione dei diritti civili, la censura. Se vuoi proteggere quello che fai è giusto esprimersi così, sputarlo fuori, invece che essere un artista duro, puro e neutrale. La libertà d’espressione è tutto”.

NEL PERCORSO CREATIVO DEI RADIOHEAD, DOVE È POSSIBILE POSIZIONARE HAIL TO THE THIEF, CHE NON PARE DISCOSTARSI RADICALMENTE DA KID A E AMNESIAC!
“L’album ha un punto d’inizio che è ovviamente la fine di Kid A e Amnesiac: quel periodo fu tutto parte di un processo, di una stesa ses-sion di composizione e registrazione, che per noi rappresentò una nuova maniera di suonare assieme. Alla fine di quella fase eravamo esausti dopo aver cercato nuove possibilità di sviluppo tecnologico. Ossia, sapevamo che un certo suono poteva funzionare, ma come si sarebbe sposato con cinque persone che suonano assieme? Per noi era un nuovo territorio. Quella conclusione, la chiusura di quel ciclo, ha generato il nuovo disco. Da quell’esperienza abbiamo imparato un po’ di cose, così come da The Bends e Ok Computer prima. Ora sappiamo suonare meglio, siamo musicisti migliori, sappiamo come vogliamo arrangiare. Il che va oltre il combinare assieme una serie di suoni, come abbiamo fatto con Kid A. L’energia che è venuta fuori da Hail to thè Thiefè qualcosa di diverso da ‘hey, rock’n’roll’. Volevamo esplorare altro dopo quell’esperienza. Questo disco è più rilassato degli altri, secondo me; è decisamente più conscio rispetto a quello che volevamo fare. Non è che si possa analizzare ogni singola nota o beat in maniera isolata; abbiamo lavorato abbastanza velocemente rispetto al passato. La lavorazione si è evoluta spontaneamente, nostro malgrado, la nostra personalità si sente molto di più che nei due album precedenti. Mentre registravamo Kid A e Amnesiac l’approccio era diverso: se sei conscio di quello che fai è sempre diverso; prima per esempio tendevamo ad ascoltare solo noi stessi anche nell’editing delle nostre musiche. Dormivamo tranquillamente nei soliti comodi abiti. Credo che ci sia qualcosa di toccante se si pensa a cinque persone che lavorano assieme e cercano di andare oltre la convenzione già acquisita. È un processo educativo: il tuo ego viene tenuto a bada”.

MA COM’È CHE I RADIOHEAD HANNO A UN CERTO PUNTO AVVERTITO LA NECESSITÀ DI ARRIVARE A KID A?
“La fine di Ok Computer fu proprio la fine di una fase per noi. Quel disco è cresciuto in un modo che nessuno di noi avrebbe mai immaginato, un’esperienza incredibile, visto che si tratta di un disco universalmente accettato come tutti sappiamo. Abbiamo suonato ovunque e ne siamo stati felicissimi, ma rischiavamo di diventare la caricatura di noi stessi. Se arrivi a quel punto devi fermarti e stabilire cosa vuoi fare: avevamo bisogno di prendere tempo e capire cosa non stava funzionando nelle relazioni tra noi cinque: cosa andava bene e cosa invece no. Tirare avanti in quel modo sarebbe stato impossibile, era fondamentale capire come continuare. Per noi è stata un’esperienza vitale laddove magari avrebbe ucciso molti altri. Ma è stato anche un periodo autodistruttivo. Penso che fossimo, in termini di automatismi musicali, schiavi di una metodologia troppo fìssa. C’era da imparare una nuova maniera di fare musica, non usare più le stesse capacità acquisite. Per noi fu un periodo durissimo”.

EPPURE NICK HORNBY, CON LA SUA STRONCATURA DI RIDA APPARSA SUL NEW YORKER, NON SEMBRÒ ESSERE D’ACCORDO CON LA VOSTRA SVOLTA...
“Ricordo quell’articolo, e va detto che non fu l’unico a pensarla così (risate). Ma quel disco ha viceversa comunicato tanto a tantissime persone. Si trattò di una riflessione su quello che eravamo all’epoca. Molti l’hanno presa personalmente. Molti altri hanno sentito il disco in base alle recensioni lette e a un solo ascolto e ciò non è evidentemente possibile con Kid A; so che è una prassi comune, ma non si può fare così con quel disco. Altrimenti se lo usi come criterio universale per giudicare qualcosa finirai col condannare ciò che sarebbe culturalmente stimolante”.

ALTRI INVECE VI HANNO ACCUSATO DI COPIARE IL CATALOGO WARP, COME SE DI COLPO VI FOSTE ACCORTI DELL’ESISTENZA DI APHEX TWIN E PLAID...
“Onestamente, siamo stati più aperti di così. Quello è stato il punto di partenza per Kid A.. La barca di Thom all’epoca andava da quelle parti. Ma il discorso è diverso, perché senti quella roba e ti domandi ‘ma come fa a stare quel suono con una band di cinque persone’? Ripeto, quello era un punto di partenza interessante, non una copia, ma volevamo andarci oltre a nostro modo. Giungemmo alla conclusione che per noi era il passo da fare. Ogni band capta influenze da una lista infinita di aree e musiche. Del resto già ora ci sono in giro band che s’ispirano a noi”.

E COSA NE PENSATE?
“Penso appunto che non si tratti semplici cloni, ma di gente che è andata oltre i Radiohead. All’inizio ogni band ha delle influenze fortissime: è bizzarro essere già parte della vecchia guardia, ma dopo un po’ ci passi sopra, è solo un punto di partenza, perché poi è interessante capire dove questi gruppi andranno a finire”...