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RADIOHEAD | Intervista con i Vampiri
ogni volta ricominciano da capo, si può anzi dire che l’unica cosa che rimane invariata è il nome, adesso tornano alle canzoni. ed o’brien e thom yorke ci raccontano il nuovo “hail to the thief” in uscita il 6 giugno e ci parlano dei nosferatu del mondo dello spettacolo
MILANO - Ed O’ Brien è contento. A Milano è una bella mattina di primavera e non gli sembra vero di cominciare la promozione del nuovo album dei Radiohead, Hail to thè thief.con il sole e le rondini in deio. «Penso che il clima abbia un’enorme influenza sui musicisti», spiega tutto garrulo, come un fratellino di Piero Angela «anche a un livello elementare. Prendi i raggi del sole, aumenta la serotonina che si produce nel cervello, ti senti bene e ti rilassi; e se ti rilassi fisicamente la cosa si trasmette alla musica, perché la musica è qualcosa di molto fisico. L’ho sperimentato proprio con questo nuovo album, quando abbiamo deciso di andarlo a registrare a Los Angeles, al caldo. Era ora di cambiare: venivamo da tre dischi registrati in inverno, al buio e al freddo, tre dischi dedsamente nord europei». Sarà ancora più caldo quando i Radiohead verranno in Italia a suonare. Una data a Bergamo, il 7 luglio al Lazzaretto, due a Firenze, l’8 e il 9 luglio a Piazzale Michelangelo, due a Ferrara, l’il e il 12 in Piazza Castello. Los Angeles è stato in effetti il terminale del gruppo, dopo un minuzioso lavoro di preparazione iniziato giusto un anno fa. Nel programmare e svolgere il loro lavoro, i Radiohead sono proprio come uno se li immagina: precisi, meticolosi, attenti ai minimi dettagli. «Ci siamo presi sei mesi di pausa dopo la fine del tour e d siamo ritrovati in una sala prove di Oxford che era maggio. Thom aveva mandato 3 cd pieni di pezzi; uno era roba elettronica, un altro erano demo abbastanza evoluti, su 4 piste, mentre l’ultimo era musica suonata così, senza pensard troppo, chitarra acustica e pianoforte. Beh, era il cd più fantastico. Abbiamo fatto le nostre scelte, abbiamo preso di qua e di là e alla fine Thom era contento della selezione, e anche un pochino stupito. Forse pensava che dopo Kid A e Amnesiac noi volessimo pezzi più diretti, tipo quelli di The benth, ma non è andata così. Comunque, è stato un primo lavoro duro: 8 settimane. Poi cerano alcune date in pista, Spagna e Portogallo, e abbiamo dedso di mettere subito alla prova, dal vivo, il nostro lavoro». E un sistema che usate volentieri... «Sì, ci è già capitato in passato; per esempio con OK computer, suonavamo di spalla ad Alanis Morissette in America e usavamo gli show per mettere a punto certe idee prima di registrare. Funziona, anche stavolta è servito. Altrimenti finisce che ti barrichi in studio e diventi matto a furia di provare e riprovare. Con Kid A e Amnesiac siamo andati avanti un anno e mezzo, alla fine il livello di energia era bassissimo. E come a caldo, bisogna fare un allenamento mirato. Non puoi passare dalle vacanze alle partite vere, d vuole un periodo di preparazione. Il nostro allenamento sono state 8 settimane di prove e 4 di concerti. Così siamo entrati in forma; e siamo volati a Los Angeles per giocare la nostra partita, freschi e con la giusta energia». Perché Los Angeles? «Per il clima, l’ho detto. E poi perché il produttore, Nigel Goldrich, aveva fatto là due dischi di Beck e uno dei Travis e si era messo in testa di portare anche noi agli Oceanway Recording Studios. Ne valeva la pena. L’atmosfera è molto anni Sessanta. Non si tratta di venerare il passato o di idolatrare strumenti vintage. Il fatto è che hanno mantenuto questa splendida sala davvero enorme, con un’acustica favolosa. Nigel dice che è uno dei pochissimi studi in grado di esaltare il tuo sound quando registri. In effetti è un ambiente con un suono molto caldo e spinge proprio i musicisti a suonare dal vivo». Era una vita che diceva di volere un album con canzoni di tre minuti. Finalmente ci è arrivato. «Sì, ma non voglio che passi per una mia fissazione. Sono davvero convinto che le canzoni debbano essere compresse, lasciando spazio. Prendi i Beatles. Ascolti qualcosa da Abbey Road e pensi: “ma quante cose ci sono in questa canzone?”; ed è lunga due minuti e mezzo, e l’hanno chiusa così, non l’hanno tirata in lungo. È facile cominciare con idee da tre minuti, ma poi se hai successo ti viene da cambiare. Diventa una specie di arroganza: “adesso facciamo questi capolavori da 5-6 minuti e ci mettiamo ogni tipo di suoni”. Sono contento che qui ci siamo limitati, è una disciplina importante che dovevamo ritrovare». Come definirebbe Hail to the thief? «Diciamo che ha più chitarre e più suono dal vivo, non moltissimo ma un po’ di più; per il semplice fatto che ci è piaciuto molto andare in scena-negH ultimi due anni. È un po’ di tempo che siamo in un momento magico come gruppo. Non so se siamo a metà, all’inizio o alla fine di questa era, ma gli ultimi due anni hanno segnato la vita della band e volevamo in qualche modo fissare una testimonianza». È vero, come dicono in molti, che i Radiohead “pensano troppo”? «È vero. Questo però è un disco in cui non abbiamo pensato troppo. Ci siamo lasciati andare; è musica che viene dal cuore e dall’anima più che dal cervello. E non parlo solo dei suoni. Per esempio i testi di Thom; non sono allegri, c’è un aspetto anche sinistro, un modo scomodo di raccontare lo stato del mondo e le paure del presente e del futuro. Però è tutto avvolto in un involucro molto caldo, non cerebrale; lì sta il segreto. Mettiamola così: abbiamo cambiato la cornice alla nostra musica. Forse è anche un riflesso dei dischi che abbiamo ascoltato. Parlando per me, ho smesso per un po’ di ascoltare musica perché non riuscivo a trovare emozioni vere, viscerali. Poi mi hanno preso cose solari tipo Neil Young, Bob Marley. Ho ascoltato molto Marley, lo conoscevo già da certi singoli ma non avevo mai approfondito gli album; per esempio Kaya, Exodus, Rastaman vibrations. Sono grandi grandi dischi, mi ha conquistato soprattutto il modo in cui sono suonati. Mentre registravo Hail to thè thief avevo in mente giusto quell’approccio: una band che lavora affiatata, e un cantante-compositore che produce grandi canzoni e le canta con naturalezza, con l’anima». Il titolo dell’album (“viva il ladro”) richiama un famoso slogan dei democratici durante le elezioni vinte poi da Bush in quel modo. E una polemica anti USA per via dell’Iraq? «Non abbiamo mai dato un titolo a un disco riferendoci a un evento particolare, e anche questo va preso con un significato più ampio. Sembra che viviamo in un mondo in cui si è perso ogni ritegno - pensa al caso Enron, che è solo la punta di un iceberg in economia. Di ladri ce n’è un sacco in giro, ovviamente George W. è il più grande perché ha rubato le elezioni ma anche il vostro premier Berlusconi, non ne so molto, ma leggendo i giornali passa per un arraffone. E un titolo che vuole denunciare un certo modo di trattare gli affari, distruggendo gli altri e arraffando tutto quello che si può, consumando fino a esaurire, tenendosi tutto - lo stiamo facendo con il nostro stesso pianeta». Cosa pensa dell’attuale scena rock? «Non ne so granché, sono un po’ fuori da questo tipo di cose. Lo scorso anno comunque mi hanno colpito il disco dei Foo Fighters e quello dei Queens Of The Stone Age. Mi piace l’energia e il modo in cui presentano le canzoni ma non so niente della scena rock; so che ci sono un sacco di giovani bands ma glisso volentieri sulle novità. Magari mi capita di prendere una sbandata per qualcosa che non è per niente attuale, di cui i giornali di tendenza non parlano. Per esempio certa musica brasiliana». Suo padre è un grande appassionato di rock... «E lui che mi ha guidato quand’ero piccolo, anche se non sempre lo ascoltavo. Mi diceva: “Comincia con Sgt. Pepper, figliolo”, e io invece volevo quel greatest hits con la copertina rossa, dove i Beatles stavano sulle scale con i capelli corti, volevo quello e l’ho preso. Negli anni 70 era un fanatico dei Pink Floyd e devo confessare che certi dischi proprio non riesco ad ascoltarli, Wish you were bere o Dark side ofthe Moon, ne ho fatto indigestione. Comunque, abbiamo una tradizione per cui ogni volta che i Radiohead fanno un disco assicuro a mio padre l’anteprima e aspetto il suo giudizio. Capitò così per Pablo Honey, tornò da me e mi disse: “Quand’è che ti trovi un lavoro serio?” Per fortuna The bends invece gli piacque, spese un sacco di elogi per Fake plastic tree. Con Ok computer non ho saputo niente per una settimana, ed ero allarmato... eravamo così orgogliosi di quel disco e pensavo “Oddio non gli piace!”. Poi mi è arrivata una sua e mail che diceva: “E incredibile, è sinfonico, è un disco incredibile”. Adesso è via e l’album nuovo ancora non gliel’ho fatto ascoltare; ma quando toma, è già prenotato». Hail to thè thief è l’ultimo disco del vecchio contratto con la Emi. Lo avete già rinnovato o ve ne andrete? «Non abbiamo fatto nulla; e, se devo essere sincero, non sappiamo nemmeno se andremo avanti a fare musica. Ce l’hanno detto in tanti: “questo è il momento giusto per fare un pacco di soldi”; ma non siamo mai stati motivati dai soldi. Probabilmente continueremo, ma negozieremo dopo il tour. Stiamo bene dove siamo, e abbiamo avuto la fortuna di lavorare con le stesse persone alla Parlophone per undici anni; insomma, c’è un solido rapporto di fiducia. E un motivo in più per non avere fretta; anche perché l’industria discografica sta cambiando alla velocità della luce, quindi perché prendere una decisione ora quando tra un anno e mezzo le cose potrebbero essere tutte diverse? Non c’è nessun problema. Siamo padroni dei nostri cartellini, per dirla come i calciatori dopo la legge Bosman. Siamo svincolati, e ci sta bene così». ■ |




