Main Index >> Media Index >> Hail to the Thief Media | Italian Media | 2003 Interviews
Radiohead | Scary Monsters and Super Creeps
di Leo Mansueto


Avevamo fatto la stessa operazione due anni fa, ai tempi di “Amnesiac”: azzardare una mappa del Radiohead-pensiero, attraverso le dichiarazioni dei protagonisti pescate dentro e fuori la grande ragnatela intemetica. La mappa, questa volta, suona complementare a quella che campeggia sulla copertina di “Hail To The Thief”, oscuro labirinto di segni, codici e premonizioni che illustrano la nuova musica del gruppo di Oxford.
Armati di torcia e bussola ci addentriamo nel labirinto, in attesa dei grandi riflettori che a luglio (7 Bergamo, 8 e 9 Firenze, 11 e 12 Ferrara) illumineranno a giorno le piazze prescelte da Yorke e compagni per il ritorno in Italia.

Campanelli d’allarme
Thom Yorke: «Seguivo costantemente Radio 4 durante la guerra in Afghanistan. | Ogni qualvolta ascoltavo parole che facevano suonare dei campanelli nella mia | testa, le appuntavo su un bloc-notes. Sono andato avanti così fino a che non ho | avuto una lunga lista. Quella lista si è trasformata nell’artwork di “Hail To The i Thief».

Il singolo “There There”
Thom Yorke: «Quando sono stato a Los Angeles, Nigel (Godrich, producer della band - ndr) mi ha fatto ascoltare il mix finale della canzone e sono scoppiato a 1 piangerer un pianto lungo, ininterrotto. Ho subito pensato che quella fosse la i migliore canzone che avessimo mai realizzato. Per un certo periodo avevo cre-I duto che l’avremmo perduta quella canzone e la cosa mi deprimeva perché la | sua melodia aveva albergato nella mia testa per almeno quattro mesi senza andarsene mai via. Un fenomeno strano perché di solito mi annoio molto presto delle canzoni».

L’album nella rete
Colin Greenwood: «Non posso che ribadire quello che Jonny (Greenwood - ndr) ha già detto. Ci ha ferito scoprire che mix sbagliati di canzoni incomplete siano finiti nella Rete. E’ come mostrare una casa quando i lavori sono ancora e solo a metà strada. Certo, tutta questa attenzione ci gratifica, ma preferiamo che ci venga riservata quando l’intero lavoro sarà davvero completato. Questo è tutto rumore inutile».

Living L.A.
Ed O’Brien: «Nigel (Godrich - ndr) ci ha trascinati a Los Angeles perché lì aveva già realizzato tre album, due con Beck e uno con i Travis. Siamo sempre stati scettici rispetto all’eventualità di lavorare a Los Angeles perché, ammettiamolo, quel posto rievoca cose come Hotel California. Ma una volta lì, abbiamo subito realizzato che vi si può lavorare ignorando chi ci è stato prima di te. E’ stata la migliore esperienza della nostra carriera. Abbiamo registrato una canzone al giorno e non c’è stato bisogno di prorogare la nostra permanenza in studio oltre il periodo pianificato. L’approccio è stato poco cerebrale. Abbiamo dato fiducia a noi stessi, a Nigel, allo studio e alle canzoni, e tutto è filato liscio».
Phil Selway: «Per “Hail To The Thief abbiamo seguito un procedimento opposto a quello adottato per “Kid A”, album che ci aveva visti entrare in studio senza nulla di preparato e per il quale avevamo dovuto fronteggiare non poche pressioni psicologiche. Improvvisare può essere stimolante ma può anche rivelarsi deprimente. Due mesi di pre-produzione ci hanno permesso di andare a Los Angeles e lavorare a ritmo spedito, registrare una canzone al giorno. Per “Kid A" ogni canzone aveva necessitato di un mese e mezzo di lavoro in studio».

Crimini web
Thom Yorke: «L’industria discografica sta espiando la colpa di aver distrutto il vinile e di aver inondato il mercato di musica ripackeggiata in pessimi formati cd e venduta a prezzi stratosferici. A farne le spese, e per troppo tempo, è stato il pubblico. C’era sicuramente del buono in certe ristampe ma tutto il denaro che le multinazionali hanno fatto con quelle operazioni merita il dilagante e incontrollabile abuso di copyright a cui assistiamo oggi in internet.”
Phil Selway: “Non c’è grande differenza fra lo scaricare musica dalla rete e le registrazioni su nastro che facevamo quando eravamo ragazzini. Allora quando qualcosa ci piaceva davvero, dopo averla piazzata su un nastro, uscivamo a comprarla. Si diceva che l’home taping avrebbe ucciso la musica ma così non è stato...».

Leadership
Phil Selway: «Thom gioca un ruolo creativo molto forte nei Radiohead e il suo punto di vista emerge molto chiaramente nelle nostre discussioni. Ciò non esclude che la decisione finale venga presa da tutti noi assieme. L’input che sta dietro alla nostra musica arriva da tutti e cinque dopo una discussione democratica. Non nego che Thom abbia molta voce in capitolo ma è anche vero che nessuno di noi sarebbe felice di essere un semplice comprimario».

Prog e Krautrock
Thom Yorke: «Il Prog rock è triste. E il Krautrock non è prog rock ma punk music. I Queen non erano prog rock. Erano semplicemente ridicoli. I Pink Floyd dovettero fare musica lenta per essere prog rock. Certe aree dell’elettronica odorano di prog ogni tanto ma cerco di non farci caso. Coloro che pensavano che il prog rock fosse come il jazz sono rimasti delusi. Non so esattamente cosa sia il prog rock, non l’ho mai saputo. Erano prog rock i Genesis? Quando Peter Gabriel si metteva un fiore in testa e percuoteva una batteria era prog? Credo di non avere nessun legame col concetto di prog a parte i fiori forse, e i colpi alla batteria, e Peter Gabriel...».

Guerra e potere
Thom Yorke: «Di recente ho trascorso molto tempo in America. Ho partecipato a due manifestazioni, una a Los Angeles e una a San Francisco e sono rimasto shoccato dal numero di americani che sono terrorizzati dall’attuale governo. E’ un governo che non hanno votato e sono scesi tutti in strada, cosa abbastanza insolita specie a Los Angeles. E’ la prima volta che, in uno stato come si dice “democratico”, una guerra viene organizzata senza il consenso della gente. Perché? Perché l’America è governata da una manica di bigotti maniaci religiosi che hanno comprato la loro elezione e che sanno esercitare il loro potere solo attraverso la guerra. Inventare una guerra, dichiarare guerra, conquistare voti per le prossime elezioni. Hanno bisogno di voti per le prossime elezioni: è questa la ragione vera che sta dietro a questa guerra. E’ immorale. E’ egoistico».

Oscurantismo e minaccia americana
Thom Yorke: «L’album avrebbe dovuto intitolarsi “The Gloaming”. Adesso quello è diventato il sottotitolo. Allude all’oscurità che lentamente sta avvolgendo tutta l’umanità: come un flagello del Medioevo tornato nuovamente alla ribalta. Nel Medioevo.la gente era ossessionata dalla paura di essere “posseduta”. La stessa cosa sta succedendo oggi, c’è una forza maligna che mina la civilizzazione. Molta gente sembra inconsapevole della preoccupante ascesa del fascismo e dell’ignoranza a cui stiamo assistendo. E’ quello il vero “ladro”. Il ladro è qualcuno che s’impossessa della tua anima per infilarsi nel tuo corpo. Ho incontrato pochi politici nella mia vita ma ho capito che dietro la loro esteriorità c’è del male. Se incontrassi Blair, non gli direi niente. Mi sederei e resterei a guardare la sua bocca che si muove e l’aria che gli sta attorno».
Jonny Greenwood: «Il titolo del nuovo album è molto di più di una semplice allusione a un evento politico qual è stato l’elezione di Bush. E’ un disco che avrà vita più lunga di Bush, a meno che egli non stia organizzando un’intera dinastia, il che è possibile».
Thom Yorke: «Non abbiamo mai pensato di fare del nuovo album un disco di protesta. Sarebbe stato troppo riduttivo. Come sempre invece, abbiamo semplicemente assorbito ciò che stava succedendo attorno a noi. Il titolo dell’album va ben oltre la semplice propaganda anti-Bush. Se dovessimo trovarci nella situazione in cui la gente comincia a bruciare i nostri dischi, bene, che lo faccia pure. E’ tutta qui la questione. Il crepuscolo è cominciato. Siamo entrati nell’oscurità. E’ già successo in passato, la storia parla chiaro. Sarebbe grave se qualcuno, in qualsiasi modo, ci minacciasse per il semplice fatto di aver realizzato un’opera artistica. Saremmo costretti a trasferirci in qualche posto oscuro. Come la luna».
Guida all'ascolto
di Leo Mansueto


“Pablo Honey” (Parlophone, 1993) RRR
Come una squadra votata all’attacco, la band esordisce con tre chitarre in prima linea e confeziona un album di rock anthemico e ballate epiche. Il pubblico inglese però risponde tiepidamente (c’è il Brit-Pop che ha cominciato a catalizzare l’attenzione generale). Idem la critica che, pur riconoscendone il potenziale, bollerà il disco come un claudicante tentativo di brit-grunge. La band trova comunque il successo negli States. Merito dell’incendiaria “Creep” che, ripubblicata in UK più tardi, riuscirà a fare breccia anche nel cuore degli inglesi ma, per lungo tempo (e con conseguente insoddisfazione di Yorke e compagni) , resterà l’unica prodezza riconosciuta ai Radiohead (per la serie “one hit won-der”). Solo il successo degli anni a venire favorirà la riscoperta delle altre canzoni di “Pablo Honey”, su tutte “Anyone Can Play Guitar”, “You” e “How Do You?" sul fronte del guitar-rock più fragoroso, e “Stop Whispering", “Thinking Of You” e “Blow Out” su quello delle ballad melanconiche e visionarie.

“The Bends” (Parlophone, 1995) RRRR
Se il suono di “Pablo Honey" appariva cartilaginoso quello di “The Bends” è talmente muscolare da sembrare uscito dal corpo e dalla testa di un’altra band. Complice il giovane producer Nigel Godrich (che d’ora in poi sarà l’insostituibile sesto Uomo dell’organico), i Radiohead scelgono ancora una volta la strada di un rock anthemico e chitarristico, e fanno centro in virtù di una dozzina di-canzoni di indiscussa caratura. La band compie un netto balzo in avanti sia in termini sonori (solide e complesse trame elettro-acustiche in odore di U2, Rem e Pixies) che lirici (angoscia, rabbia, tormento e desolazione in equilibrio perfetto). La voce asessuata, fragile e sofferta di Yorke trova il proprio terreno ideale fra le pieghe oscure di ballate memorabili (“Fake Plastic Trees", “Nice Dream” e “Street Spirit”), nella luce limpida e acustica di “High And Diy” e fra le nervose trame elettriche di “Bones”, “Just” e “My Iron Lung-. Con “The Bends” gli anonimi rappresentanti del Brit-Grunge si trasformano nei più accreditati fautori della modernizzazione che riguarderà il rock inglese dei Novanta.

“OK Computer” (Parlophone, 1997) RRRRR
“L’arte non conosce processi lineari, ma solo e sempre nuove impennate verticali. Soltanto i mezzi e le tecniche artistiche danno l’impressione che si tratti di progresso. In realtà quello che è possibile è solo il mutamento. E i cambiamenti che derivano da opere nuove ci educano a nuove percezioni, a nuovi sentimenti, a una nuova consapevolezza." La sentenza di Ingeborg Bachmann è perfettamente aderente allo spirito che sta dietro al capolavoro indiscusso dei Radiohead. “OK Computer” conserva la drammaticità distintiva dei suoi autori ma allo stesso tempo riesce nella complessa impresa di dare una svolta profonda al guitar rock moderno. Lo fa con un approccio intriso di paranoia e una visceralità espressiva di grande impatto. E lo fa scegliendosi come canzone-manifesto una mini-suite in tre movimenti (“Paranoid Android”) che sintetizza oltre trent’anni di Arte Rock e luccica affianco ad altri colpi di genio: la struggente “Subterranean Homesick Alien” e l’incendiaria “Electioneering”; e ancora “Exit Music”, “Karma Police ” (col piano di “Sexy Sadie” dei Beatles), “No Surprises” e “The Tourist”. Tutt’attorno si spargono i semi del nuovo amore della band: la sperimentazione elettronica (esasperata in “Fitter Happier” ma comunque aleggiante per tutto il disco). Da quei semi germoglieranno i Radiohead Parte Seconda. Intanto, con “OK Computer", a furor di popolo e relativi poli, i cinque guadagnano lo scettro di rock band degli Anni Novanta. Per l’Europa almeno, perché al di là dell’oceano ci sono sempre i Nirvana e quel testamento luccicante chiamato “Nevermind”.

“Kid A” (Parlophone, 2000) RRR
Tre anni di silenzio, il tempo per smaltire gli effetti distruttivi del successo planetario e prendere le relative contromisure, e i Radiohead si rifanno vivi con un album spiazzante.
Frutto di una tutt’altro che serena selezione, “Kid A” (titolo mutuato da un programma per computer pensato per i bambini) dura 48 minuti e consta di 10 brani, buona parte dei quali già rivelati al pubblico nel corso di un tour estivo. Incentrato sul tema dell’alienazione da overdose di massmedia, l’album è il frutto di un ardito processo di destrutturazione della tradizionale forma-canzone. Le chitarre non ci sono più, se non come fugaci e spettrali presenze, e in quanto alle corde vocali di Yorke bisogna fare i conti con i computer che le hanno prese in ostaggio. Yorke, da sempre testa pensante e delirante del gruppo, è il principale artefice del mutamento. Portandosi dietro pochi scarabocchi melodici, ha trascinato la band (e il fido Nigel Godrich) da Parigi a Copenaghen e nel Gloucestershire, prima di tirare le somme nel private studio di Oxford. Come terapia d’urto, ha somministrato all’intera ciurma i dischi di Autechre e Aphex Twin, gente che, sue testuali parole, “ha spinto la musica più avanti di chiunque altro, Radiohead compresi, che tutt’al più le hanno sinora dato una piccola gomitata ai fianchi”. Capita così che un sanguigno chitarrista come Jonny Greenwood si ritrovi ad appendere la sua Fender al chiodo per dedicarsi all’Ondes Martenot (antesiniano del computer digitale) e che il batterista Phil Selway saluti le sue bacchette per inventarsi programmatore. Ne viene fuori un album dal suono immateriale e fluttuante che si dipana attraverso piani elettrici distorti (“Everything In Its Right Palce” e “Morning Bell”), sporchi riff di basso e barriti di sax e tromboni (“The National Anthem”), archi sintetici di solenne melodrammaticità (“How To Dissapear”), e che regala parentesi di viscerale veemenza post-punk (“Optimistic”), glaciali esercizi elettronici (“Idioteque”) e momenti di pura ambient music (“Treefingers").

“Amnesiac” (Parlophone, 2001) RRRR
Dopo la sfida avanguardistica di “Kid A” la band fa il bis con “Amnesiac”, da molti ribattezzato “Kid B” (o con valenza retroattiva e allusione al suo ruolo di genitore, “Dad A”), tanti sono gli elementi che lo accomunano al suo predecessore. Colin Greenwood, del resto, aveva parlato di queste canzoni e di quelle di “Kid A", come di un corpus unico partorito durante le medesime session e poi, secondo criteri artistici del tutto personali (e per noi insondabili), diviso in due parti distinte. Delegato al linguaggio, asettico e essenziale, di giocattoli elettronici, “Amnesiac” esordisce robotico con “Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box” (timpano campionato, chitarra ronzante e algidi battiti di tastiera che pulsano sotto i sussurri di Yorke) per chiudersi 10 brani dopo, al suono loungecore (tutto spazzole, trombe e clarini) di “Life In A Glasshouse”, con i Radiohead che marciano funerei accompagnati dal veterano jazzista Humphrey Lyttleton. Nel mezzo, Yorke e compagni infilano il loro anthem più convincente dai tempi di “Ok Computer” (“Pyramid Song”), trasformano “Morning Bell” in una litania acustica, affinano il gioco delle dissonanze e delle distorsioni elettroniche già sfoggiate in “Kid A” (“Pulì Pulk Revolving Doors” e “Like Spinning Plates") e, anche se per poco tempo, liberano le chitarre dalla quarantena (“You And Whose Army?”, “I Might Be Wrong” ma soprattutto “Knives Out”).

“I Might Be Wrong: Live Recordings” (Parlophone, 2001) RRRR Registrato durante le tappe live di Oxford (il famoso concerto del “ritorno a casa”, a South Park), Berlino, Oslo e Vaison La Romaine, in Francia, l’album eredita il titolo da una canzone di “Amnesiac”, qui riproposta assieme ad altre sei tracce degli ultimi due album e a un inedito di eccellente fattura (l’acustica “True Love Waits”). “Riproposizione” è tuttavia un termine inappropriato. Con “I Might Be Wrong”, infatti, i Radiohead “rielaborano" il materiale di “Kid A” e “Amnesiac” e gli danno un corpo e una pelle meno sintetici e più evoluti. Il “live” diventa “occasione pretestuosa” per rendere pubbliche certe canzoni così come sono diventate nella testa dei Radiohead nei mesi successivi alla loro pubblicazione. “I Might Be Wrong”, insomma, fornisce un’affascinante e nuova chiave di lettura per materiali già noti. L’algore, in larga parte elettronico, a cui ci avevano abituati i Radiohead, cede il passo all’elettricità calda e dirompente delle chitarre (che restano tuttavia secondarie rispetto al passato) e, in generale, ad armamentari più convenzionali. Basta l’incipit, bollente benché cupo, di “The National Anthem” o il nuovo e pulsante arrangiamento di “Everything In Its Right Place” per rendersene conto. Oppure “Morning Bell” in versione post-punk blues che, adesso più che mai, è capace di rievocare lo spettro dei Joy Division e, ancora, “I Might Be Wrong” e “Idioteque", incandescenti come non si sarebbe mai creduto.

“Hail To The Thief” (Parlophone, 2003) RRRR
Vedi pag. 52.